Walter non sa che sto scrivendo queste righe. Se lo sapesse, alzerebbe gli occhi al cielo e direbbe: «Brava. Adesso lo sa tutta Italia che non riesco più a stare seduto».
Ma a gennaio, al casello di Arezzo, mio marito ha fatto una cosa che in quarantaquattro anni di matrimonio non aveva mai fatto.
Si è fermato, ha spento il motore e mi ha messo in mano le chiavi.
«Guida tu. Io non ce la faccio più.»
Una domenica sì e una no, per nove anni
Walter ha 70 anni. Trentasei li ha passati in ferrovia, capotreno sulla Milano–Bologna. Uno che gli orari li rispetta al minuto.
Quando nostra figlia Chiara si è trasferita ad Arezzo per lavoro, nove anni fa, abbiamo fatto un patto: una domenica sì e una no, il pranzo si fa da lei. Duecentocinquanta chilometri di A1.
A messa andiamo il sabato sera, così la domenica si parte presto. Walter al volante, io con la borsa frigo dei cappelletti sulle ginocchia. Sosta fissa a Cantagallo, appena dopo Bologna: caffè per lui, bagno per me, e via. All'una e un quarto eravamo a tavola. Mai un minuto dopo.
Sofia, la nipote grande, adesso ha sette anni. Tommaso quattro. Sofia ha imparato a camminare in quelle domeniche, aggrappata ai pantaloni del nonno.
Le cose che non si dicono
Già dall'autunno scorso avevo cominciato a notare delle cose. Piccole.
Dopo un'ora di autostrada Walter si spostava sul sedile. Prima su un fianco, poi sull'altro. Tirava su una gamba, la rimetteva giù.
La sosta dopo Bologna è diventata due soste. Poi tre.
E ogni volta che scendeva restava un attimo appoggiato alla portiera, con una mano dietro la schiena, prima di raddrizzarsi.
Se gli chiedevo qualcosa, rispondeva: «È il sedile di questa macchina. È sempre stato scomodo».
Lo stesso sedile su cui aveva guidato per undici anni senza dire mezza parola.
A casa, uguale. La partita non riusciva più a guardarla tutta dalla sua poltrona: al ventesimo minuto si alzava «a prendere un bicchiere d'acqua». In chiesa restava in piedi in fondo, vicino alla porta. Diceva che lì c'era più aria.
Il casello di Arezzo
Poi è arrivato gennaio. Una domenica grigia, pioggerella da Modena in giù.
Walter guidava da quasi tre ore, con tutte quelle soste, e non parlava più. Stringeva il volante con tutte e due le mani e ogni tanto si sollevava dal sedile facendo leva sulle braccia, come i ragazzini alla sbarra.
Passato il casello di Arezzo, si è fermato nello spiazzo lì accanto. Ha spento il motore ed è rimasto un momento immobile. Poi mi ha dato le chiavi.
Io guido poco, e con la pioggia ancora meno. Quegli ultimi chilometri fino a casa di Chiara li ho fatti a sessanta all'ora, con le mani sudate, e lui zitto accanto a me a guardare fuori dal finestrino.
A tavola si è alzato tre volte prima del secondo. Sofia voleva giocare e lui le diceva «dopo, tesoro, dopo». Al ritorno ha voluto guidare lui, per orgoglio. Ci siamo fermati quattro volte.
La sera, a letto, con la luce già spenta, mi ha detto: «Di' a Chiara che per un po' non veniamo. Che vengano loro, quando possono».
Loro, con due bambini piccoli e solo la domenica libera, sono riusciti a venire due volte in due mesi.
Sofia, in videochiamata: «Nonno, ma perché non vieni più?»
Lui ha fatto finta che la linea fosse disturbata.
Tutto quello che avevamo già provato
Non è che non ci avessimo provato. Ci avevamo provato eccome.
L'asciugamano piegato in quattro. Scivolava, si arrotolava, e lui guidava tutto storto per rimetterlo a posto.
Un cuscino in memory foam preso al mercato: 19 euro. Il primo quarto d'ora era una nuvola. Dopo un'ora era una sottiletta.
La ciambella della farmacia, quella col buco in mezzo: 27,50 euro. Walter diceva che gli sembrava di stare seduto su un salvagente, e dopo mezz'ora gli faceva male da un'altra parte.
Ogni volta la stessa storia: i primi chilometri sembrava andar bene, poi tornava tutto come prima. Nessuno ci aveva mai spiegato dove fosse davvero il problema.
Il camionista dell'area di servizio
La spiegazione, in realtà, ce l'avevano già data. Solo che non l'avevamo ascoltata.
A novembre, a Cantagallo, al bancone c'era un camionista. Un omone sui sessanta, con un accento bergamasco che si tagliava col coltello, col gilet catarifrangente. Aveva visto Walter scendere dalla macchina con la mano dietro la schiena.
«Schiena?»
«Macché schiena. È lo stare seduto che non reggo più.»
Il camionista si è messo a ridere. «Quarant'anni di cabina. Venga un attimo.»
È andato al camion ed è tornato con un cuscino azzurro, piatto, tutto a celle esagonali, come un favo. Poi ha preso la ciambella di Walter dal sedile e ci ha fatto quella che chiamava «la prova della mano».
Ha appoggiato il palmo sulla ciambella e ha spinto con tutto il peso. La mano è arrivata quasi al sedile.
«Ecco. Lei dopo un'ora sta seduto lì. Sul telaio.»
Poi ha fatto lo stesso sul suo cuscino. La mano si è fermata: le celle si piegavano, ma non cedevano. Appena l'ha tolta, il cuscino è tornato piatto, come prima.
«Da seduti il peso va tutto su tre punti. La gommapiuma lì sotto si schiaccia e non torna più su. Questo invece il peso lo spalma. E non scalda.»
Walter l'ha ringraziato, ha detto «vedremo» con quel tono che vuol dire «no», e siamo ripartiti.
Le parole di quel camionista me le sono ricordate quattro mesi dopo. Una notte di marzo, con lui che dormiva e io che non riuscivo a togliermi dalla testa la voce di Sofia.
Il pacco che ho aperto da sola
Ho cercato sul telefono «cuscino in gel a nido d'ape» e ho trovato questo: il cuscino in gel di Arlevi. È una lastra di gel azzurro a nido d'ape, 40 per 35 centimetri e solo 2,5 di spessore: in macchina ti alza appena, basta abbassare il sedile di una tacca. Ha una fodera nera con la cerniera, che si sfila e si lava in lavatrice, e sotto una base antiscivolo, così non scappa via come l'asciugamano.
C'era l'offerta «prendi uno e il secondo è in regalo»: due cuscini a 39,95 € in tutto, ognuno con la sua fodera, più una guida. E ho pensato subito: uno per la poltrona, uno per la macchina.
Perché mio marito lo conosco. Se gliel'avessi messo in macchina e basta, l'avrebbe tolto per principio. Doveva accorgersene da solo, a casa, senza che nessuno gli dicesse niente.
L'ho ordinato senza dirglielo. È arrivato in sei giorni, un martedì mattina, mentre lui era al bar.
Ho aperto il pacco sul tavolo della cucina e ho rifatto la prova della mano. Ho spinto con tutto il peso: la mano si è fermata. L'ho tolta, e il gel è tornato piatto.
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«Chi ha messo questo coso sulla mia poltrona?»
Uno l'ho messo sulla sua poltrona, con la fodera nera. L'altro l'ho nascosto nell'armadio.
Quella sera c'era la partita. Walter si è seduto, si è mosso un paio di volte, ha guardato giù.
«Chi ha messo questo coso sulla mia poltrona?»
«Guarda la partita.»
Ha brontolato che era duro, che non era morbido come il suo cuscino di sempre. È vero: all'inizio sembra rigido. È proprio per questo che sotto non si schiaccia.
Al ventesimo minuto non si è alzato. Neanche al quarantesimo. All'intervallo è andato in cucina, è tornato e si è rimesso seduto lì sopra.
A fine partita si è alzato in un attimo. Senza la mano sul bracciolo. Senza quella pausa.
Non ha detto niente. Ma il giorno dopo il cuscino era ancora lì. E quello dopo pure.
La domenica dopo
Il sabato sono scesa in garage e ho messo il secondo cuscino sul sedile di guida.
Poi sono salita e gli ho detto: «Ho chiamato Chiara. Domani andiamo noi».
Mi ha guardata a lungo. Poi ha detto solo: «Allora metti la sveglia alle sette e mezza».
La mattina è salito in macchina, ha visto il cuscino e ha capito tutto. Ha sbuffato: «Tu e le tue manovre».
Poi ha abbassato il sedile di una tacca, ha sistemato lo specchietto ed è partito.
Ci siamo fermati una volta sola, a Cantagallo. Per il caffè. È sceso ed è andato dritto al bancone. Nessuna mano dietro la schiena.
All'una e un quarto eravamo a tavola da Chiara. Cappelletti, arrosto, e lui era ancora lì seduto quando è arrivato il tiramisù. Sofia gli è salita in braccio e non si è più mossa.
Al ritorno, verso Modena, mi ha detto senza girarsi: «Quei cosi lì. Uno sulla poltrona e uno in macchina, eh?»
«Eh.»
«Mh.» Un chilometro di silenzio. «Non toccarli.»
Cosa il cuscino non fa
Voglio essere onesta, perché di promesse ne abbiamo sentite tante.
Il cuscino non è una medicina e non cura niente. Se tuo marito ha un dolore che non passa, o che sente anche quando non è seduto, portalo dal medico. Walter i suoi controlli li ha fatti.
E non sostituisce le soste. In autostrada, se c'è stanchezza, ci si ferma. Sempre. La differenza è che adesso Walter si ferma per il caffè, non perché non ce la fa più a stare seduto.
Quello che fa è semplice: il peso non va più tutto su tre punti, e dopo un'ora lui non è seduto sul telaio.
Uno per casa, uno per la macchina
L'1+1 non l'ho preso per risparmiare. L'ho preso perché servivano due posti.
Il cuscino della poltrona è quello che l'ha convinto, senza che nessuno gli dicesse niente e senza discussioni. Quello della macchina è quello che ci ha riportati ad Arezzo.
Con uno solo finisci per portarlo avanti e indietro, e il giorno che serve è sempre dall'altra parte.
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Perché alla fine l'ho ordinato senza pensarci troppo
Non è stato il prezzo. Sono stati i 60 giorni.
Dopo l'asciugamano, la ciambella e il cuscino del mercato, non mi fidavo più di niente e di nessuno. Qui avevo due mesi per provarlo sulla poltrona vera e sull'autostrada vera.
Mi sono detta: male che vada, lo rimando.
Non l'ho rimandato.
Cosa raccontano gli altri clienti
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«Lo uso soprattutto in macchina, faccio tanti chilometri. Il primo viaggio lungo sono sceso senza dovermi stiracchiare come prima.»
«Avevo provato quelli in schiuma: si appiattivano. Il gel invece tiene e dà sollievo.»
«L'ho preso per mia madre, 81 anni, che passa tanto tempo in poltrona. È contentissima: dice che quando si alza i fianchi non le fanno più male.»
«All'inizio avevo qualche dubbio sullo spessore, invece sulla sedia da ufficio va benissimo. Comodo e non scivola. Ho approfittato dell'offerta 1+1.»
Adesso tocca a te
✕ Strada 1: Se aspetti…
La prossima domenica lui trova un'altra scusa: il traffico, il tempo, la macchina. E i nipoti li vedete in videochiamata.
✓ Strada 2: Se lo provi per 60 giorni…
Stasera metti un cuscino sulla sua poltrona, senza dire niente. Lasci che se ne accorga da solo. L'altro va in macchina, sul sedile di guida. Se in 60 giorni non vi convince, vi rimborsano.
Noi abbiamo perso cinque pranzi della domenica. Sofia se li ricorda tutti.
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Le domande che mi fanno le amiche
Alza molto il sedile della macchina?
Sono 2,5 cm. Walter ha abbassato il sedile di una tacca e sistemato lo specchietto. Dopo dieci minuti non ci pensava più.
Scivola quando ti siedi?
No. La fodera ha la base antiscivolo: resta ferma sia sul sedile dell'auto che sulla poltrona.
D'estate fa caldo?
Le celle sono aperte e l'aria passa. Ad agosto, in macchina, con la gommapiuma si sudava. Con il gel no.
Si schiaccia col tempo?
Da marzo lo usiamo tutti i giorni. Premi, togli la mano, e torna in forma come il primo giorno.
Come si lava?
La fodera si sfila con la cerniera e va in lavatrice a 30 °C. Il gel si pulisce con un panno umido.
E se non va bene?
Hai 60 giorni da quando lo ricevi. Se non fa per te, scrivi a support@arlevi.com con il numero d'ordine e ti rimborsano.
P.S. Sofia ha fatto un disegno: il nonno in macchina, e sotto di lui un quadrato azzurro pieno di esagoni: il nonno le aveva aperto la fodera per farglieli vedere. Chiara l'ha attaccato sul frigo.
Se tuo marito ha cominciato a dire «questa domenica restiamo a casa», mettigli un cuscino sulla poltrona stasera. Non spiegargli niente. Lascia che si alzi dopo la partita.
— Loredana